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Manowar: 

"The Lord of Steel"

 

Eric Adams - Vocals
Karl Logan - Guitar
Joey DeMaio - Bass
Donnie Hamzik - Drums

 

The song 'El Gringo' is used in the film El Gringo, made by Dark Action Film.

 

Released June16, 2012

01.The Lord Of Steel 
02. Manowarriors 
03. Born In A Grave
04. Righteous Glory
05. Touch The Sky
06. Black List
07. Expendable
08. El Gringo 
09. Annihilation
10. Hail, Kill And Die 


Website  www.manowar.com

Facebookhttps://www.facebook.com/manowar 

 

Label www.magiccirclemusic.com  


Chitarre lontane e poco incisive, batteria di cartone.

Per moltissima gente l’uscita del nuovo album della band di De Maio ha sempre rappresentato un vero e proprio avvenimento. La band vanta milioni di fedelissimi fans in tutto il globo pronti ad osannare e supportare i 4 americani ogni qualvolta questi si affacciano sul mercato, sia con prodotti inerenti la musica prettamente detta, sia con prodotti di dubbia qualità, vedansi i vari ed inutili gadget che da qualche lustro ci propongono senza tregua.

Ebbene, oggi prendiamo in esame la nuova raccolta di inediti che i Manowar ci regalano dopo l’obbrobrio rappresentato dalla reincisione del classico Battle Hymns…Ehm, scusate, ho detto “raccolta di inediti…”. In realtà non so fino a che punto queste nuove fatiche dei quattro yankee, norvegesi d’adozione, possano essere considerate canzoni inedite…Bè, dal punto di vista commerciale lo sono sicuramente, ma dal punto di vista artistico non penso proprio. 

Che i Manowar siano una band artisticamente statica è cosa ormai risaputa, e ve lo dice uno che li ha amati alla follia fino a Warriors of the World, ma sinceramente, da fan, io mi sento offeso da quanto ci viene proposto con questo Lords of Steel. Tralasciando la banalità del titolo, cosa di per sé già abbastanza fastidiosa, e la scontatezza dell’ennesima copertina già proposta in passato (Sign of the Hammer), quello che proprio puzza di presa in giro a miglia di distanza è proprio la musica in sè…Ci vogliono 5 anni per comporre cotanta elementare accozzaglia di note??? Chiunque, anche alle prime armi, abbia tenuto in mano una chitarra con l’intento di suonare un po’ di sano Heavy Metal avrà partorito riff uguali, se non migliori, a quelli che oggi ci propongono i Manowar dopo quasi 30 anni di carriera…

Canzoni prive di mordente, fiacche, di una scontatezza disarmante e, cosa peggiore, con un suono a dir poco pessimo. I demos di oggi suonano cento volte meglio. Chitarre lontane e poco incisive, batteria di cartone, e basso ultrafiltrato che sembra più un rantolo che uno strumento.

 Come di consueto le uniche cose buone sono rappresentate da un Eric Adams sempre grande, che, anche se non più eccelso come un tempo, fa guadagnare un po’ di terreno ad un album altrimenti davvero disastroso. Inutile parlare delle prestazione degli altri membri, in quanto è tutto così piatto e semplicistico che nulla attrae l’attenzione o da motivo a sussulti. La title track, Hail, Die and Kill, Born in a Grave, la ridicola El Gringo, non sono altro che banalissime canzoncine che chissà quante volte, in passato, uno come David De Feis avrà scartato sconcertato.  E poi basta con queste continue esternazioni di falsa potenza in ogni singola canzone…Glory, metal, steel, honour, pride, hail…Ma basta, basta!!! Scrivete un testo che abbia un minimo di senso. Non si può pubblicare un dischetto come questo "The Lord of Steel", dopo cinque anni di nulla. Un disco che per comporlo, arrangiarlo, registrarlo e mixarlo, una band “normale” avrebbe impiegato sei-sette mesi, non di più, ottenendo un risultato finale di sicuro migliore.  

Non sto qui ad elencare i vari “deja vù” che saltano all’orecchio durante ogni singolo brano; si parla di intere parti prese da altri album: Louder Than Hell, Warriors of the World e Gods of War vengono letteralmente saccheggiati. Ma saccheggiassero Hail to England o Into Glory Ride almeno…Si potrebbe sperare in un risultato migliore di questo piattissimo platter. Purtroppo, non posso che sottolineare il passo falso che i “furono grandi” Manowar hanno compiuto con questo nuovo album; un album che mostra come i quattro defender siano diventati una timida fotocopia sbiadita di ciò che sono stati in passato. Nel 2012, con band sempre più tecnicamente e compositivamente avanzate, con produzioni da paura, è quantomeno un suicidio presentare un disco come questo. Non sono un amante dello sfoggio di tecnicismi musicali, anzi tutt’altro, ma c’è un limite a tutto. Da una band sulla breccia da 30 anni è lecito aspettarsi qualcosa in più di questo piattume di album. Un album che non consiglierei neanche a te, caro die hard fan del quartetto americano, perché sinceramente, da vero fan, dovresti sentirti quantomeno preso in giro.

4/10
23.06.2012




written by Ignazio Nicastro, EVERSIN Bass player    facebook


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